Storia della sambuca: da Luigi Manzi a Angelo Molinari


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Storia della sambuca: da Luigi Manzi a Angelo Molinari

di CARLO DE PAOLIS

La Sambuca è un classico liquore civitavecchiese, ricavato dalla lavorazione del fior d’anice.

Creata da Luigi Manzi nel 1851, e lanciata a livello internazionale da Angelo Molinari a partire dal 1945, la Sambuca è apprezzata non solo per il gradevole sapore e per il raffinato bouquet ma anche per le sue qualità digestive e carminative.

E’ bene precisare subito che l’origine della denominazione ci è stata tramandata dallo stesso suo “inventore” Luigi Manzi il quale, verso la metà del secolo scorso, in una lettera scriveva: “Produco un’anisetta fina che fà ottimamente allo stomaco dopo il pasto [chiamata Sambuca] per via dei sambuchelli, gli acquaioli delle parti mie [Napoli e l’isola d’Ischia] che vanno né campi a dissetare i contadini recando loro acqua e anice” (documenti d’archivio della famiglia Manzi riportati da Vittorio Vitalini Sacconi, Gente, personaggi e tradizioni a Civitavecchia, Civitavecchia 1982, vol.II, pag.180).

Una leggenda metropolitana vorrebbe che Luigi Manzi, la cui distilleria era posta in Prima Strada, vicino alla chiesa di S.Maria, in un locale situato sopra il porto, avesse fatto un foro nel pavimento per introdurre l’alcool di contrabbando; e siccome quel “buco” era per lui da considerare veramente “santo”, in quanto gli consentiva di realizzare notevoli risparmi sui costi di produzione, egli avrebbe denominato il liquore in modo da immortalare la presunta trovata truffaldina.

Priva di fondamento è pure la supposizione che il nome derivi da quello della pianta del sambuco: sostengono questa tesi, tra gli altri, il prestigioso Vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli e l’Enciclopedia Universale Rizzoli-Larousse. Il primo definisce la Sambuca: “Liquore, specie di anisetta sciropposa e forte (da sambuco)”; la seconda: “Liquore prodotto nel Lazio, in origine aromatizzato con sambuco (donde il nome) e attualmente con le caratteristiche di un’anisetta particolarmente pastosa”.

In effetti un tempo la farmacopea popolare comprendeva anche il cosiddetto Vino di sambuco, ricavato per fermentazione dei frutti dell’omonima pianta, ma tale medicamento non presentava alcuna analogia con l’anisetta né per quanto riguarda il sapore e l’odore, né per il colore, tendente al rosso, e nemmeno per le proprietà curative: il Vino di sambuco infatti non era consigliato come digestivo e carminativo, ma come emolliente, diaforetico e diuretico. Le definizioni “d’autore” di cui sopra sono pertanto da considerare inaccoglibili.

Di diversa portata è invece il quesito che riguarda gli ingredienti usati per la fabbricazione della Sambuca, e il loro dosaggio, in merito al quale c’è sempre stato il massimo riserbo da parte sia di Luigi Manzi e dei suoi eredi, che della famiglia Molinari.

I montanari della Valle del Gran San Bernardo producono un liquore d’anice, somigliante alla Sambuca, mettendo a macerare in 400 grammi di alcool a 95°, diluito con 400 grammi d’acqua, 40 grammi di anice stellato, 2 grammi di coriandolo, una scorza di cannella, 3 chiodi di garofano, un bastoncino di vaniglia, la scorza di mezza arancia (solo la parte gialla), 350 grammi di zucchero. Altre ricette possono essere facilmente reperite nei vari libri e manuali di liquori d’erbe esistenti in commercio; ma non si può negare che in fin dei conti è proprio il tocco di fantasia, il “segreto” del produttore, che riesce a trasformare una comune anisetta nella famosa Sambuca di Civitavecchia.

Mio padre era convinto che questa “pennellata d’artista” fosse data dall’aroma del finocchio e raccontava che una volta, da ragazzo, lui ed un suo compagno videro Cornelio Manzi (figlio di Luigi) che, nottetempo e con circospezione, scaricava un grosso involucro nelle cosiddette Controfosse (scarpata che esisteva nella parte alta dell’area compresa tra Via Sangallo e Via Isonzo, così chiamata perché un tempo vi era ubicato il controfosso difensivo delle mura cittadine). I due giovani amici ritornarono sul posto l’indomani e, disfatto il pacco gettato via dal Manzi, individuarono i residui della lavorazione della Sambuca comprendenti anche semi di finocchio.

Attualmente il liquore viene commercializzato sotto due diversi marchi: Sambuca Manzi, leggermente più secca dell’altra, da considerare la discendente più immediata dell’originario prodotto ideato da Luigi Manzi, con un mercato essenzialmente regionale; Sambuca extra Molinari, conosciuta in tutto il mondo, la cui produzione risale, come è stato già detto, al compianto Angelo Molinari (Roma 1893-Civitavecchia 1975). Entrambi i marchi sono di proprietà della “Molinari International Spa”: era avvenuto, infatti, che dopo la seconda guerra mondiale le figlie di Cornelio Manzi avevano trasferito la ditta di famiglia ad Erminio Ricci che a sua volta, negli anni ’80 del Novecento, non essendo più in grado di sostenere la concorrenza della “Molinari”, aveva maturato la determinazione di chiudere l’attività e di restituire la licenza al Comune. Fui proprio io, venuto a conoscenza delle intenzioni di Ricci, ad indirizzarlo da Marcello Molinari per trattare l’acquisizione della “Manzi” da parte della “Molinari” e salvaguardare la continuità del prestigioso prodotto civitavecchiese.

Negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale è stata attiva nella nostra città anche un’altra distilleria produttrice di Sambuca, che immetteva sul mercato un prodotto contraddistinto dall’etichetta FA.MA, acronimo dei cognomi dei soci Gerlando Fanuele ed eredi Manzi. Nel dopoguerra l’azienda fu rilevata per intero dai Fanuele e ne divenne amministratrice l’indimenticabile signora Ida Mancini, moglie di Gerlando, mentre i Manzi riprendevano a produrre il liquore con il loro nome di famiglia.

Nel 1960 la FA.MA fu acquistata da Giorgio De Nino, che operò un rilancio dell’attività grazie anche alla creazione di una indovinata Sambuca al caffè, sulla scia della moda, invalsa nel dopoguerra, di gustare la Sambuca con la “mosca” (cioè con uno o più chicchi di caffè torrefatto). Nel 1969, infine, il marchio fu trasferito alla distilleria Pierandrei, con laboratori a Latina; tuttavia, per vicissitudini familiari dei nuovi proprietari, costretti a cessare di lì a poco l’attività commerciale, la produzione della Sambuca non ebbe nemmeno inizio ed il liquore finì nell’oblio come tutti gli altri prodotti della Pierandrei.

La FA.MA resta nel cuore dei vecchi civitavecchiesi non solo perché essa fu un’importante realtà commerciale locale, ma anche perché costituì l’anello di congiunzione tra le sambuche Manzi e Molinari. Fu proprio per collaborare nella produzione della Sambuca FA.MA, infatti, che approdò nella nostra città, forte di una lunga esperienza di liquorista acquisita in Italia e all’estero, quel grande personaggio imprenditoriale ed umano che è stato Angelo Molinari.

* storico (da Còre citavecchiese, 1996)

 

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Autore:civifood

Appassionato di Enogastronomia e del proprio territorio

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